Giuseppe Zanniello
Che cosa si dovrebbe intendere per personalizzazione educativo-didattica?
Nel secolo scorso si fece strada nella scuola l’insegnamento individualizzato per consentire a tutti gli alunni di conseguire, in tempi e modalità diversi, gli stessi obiettivi ritenuti irrinunciabili per vivere da cittadini attivi nella società, con parità di diritti e di doveri; una volta garantita l’uguaglianza scolastica, le diversità di attitudini e di interessi tra gli alunni sono state considerate come un arricchimento per la società e perciò si è ritenuto giusto coltivare tutti i talenti, evidenti o nascosti, mediante delle attività finalizzate al conseguimento di obiettivi diversi per alunni diversi tra loro.
Nel dibattito pedagogico che si è sviluppato all’inizio di questo secolo, alcuni paventavano che se, per assurdo, si fossero perseguiti solo obiettivi identici per tutti gli alunni si sarebbe corso il rischio dell’omologazione standardizzata; al contrario altri temevano che se, con i “piani di studio personalizzati” si fossero previsti degli obiettivi diversi per gli alunni della stessa classe si sarebbero accentuate le differenze già esistenti tra gli alunni appartenenti a ceti sociali diversi.
Mi sembra che oggi sia condivisa l’idea che a scuola occorra recepire, insieme, sia l’esigenza di individualizzazione sia quella di socializzazione degli alunni e che il vocabolo “personalizzazione” le recepisca entrambe. Infatti, quando si progettano obiettivi e attività identici per tutti, ma raggiungibili in tempi e modalità diversi si parla di “didattica individualizzata”; quando nella progettazione didattica, insieme agli obiettivi comuni all’intera classe, si prevedono anche alcuni obiettivi educativi propri di gruppi di alunni o perfino anche di un solo alunno, si usa l’espressione “didattica personalizzata” che include concettualmente la didattica individualizzata in quanto è attenta sia alla meta educativa della socializzazione sia a quella della valorizzazione del singolo alunno. La coltivazione contestuale della dimensione “relazionalità” e della dimensione “originalità” dell’alunno-persona evita alla scuola due rischi estremi: paradossalmente, di produrre o delle monadi narcisistiche e insolidali oppure dei robot programmati allo stesso modo.
Nell’orario scolastico, i momenti di individualizzazione dell’apprendimento rispondono all’esigenza di coltivare la dimensione socio-relazionale della persona, nel senso che per collaborare con gli altri cittadini tutti gli italiani hanno bisogno di possedere un patrimonio comune di conoscenze e di valori; invece le ore scolastiche dedicate alle attività personalizzate servono per arricchire la società con la molteplicità dei talenti dei cittadini, che hanno avuto la possibilità di potenziarsi con l’aiuto dei loro insegnanti. Entrambe le prospettive didattiche si dovrebbero integrare nella scuola di tutti e di ciascuno.
Purtroppo le espressioni “Piano educativo individualizzato (PEI)” e “Piano Didattico Personalizzato (PDP)”, che sono presenti, rispettivamente, nella normativa sugli alunni in condizione di disabilità ai fini dell’inclusione scolastica e in quella sugli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento hanno creato qualche confusione terminologica , che è stata ulteriormente accresciuta dall’introduzione dell’espressione “alunni con bisogni educativi speciali (BES)” che è presente nella direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012, con un’interpretazione restrittiva dell’espressione omnicomprensiva “Educational Special Needs.