di Salvatore Gambino
(Istituto Comprensivo Sandro Pertini, Torino)
Già Rodari, nella prefazione alla prima edizione del testo del 1968, aveva individuato nell’esperienza di Bernardini i tratti innovativi di un modo di fare didattica lontano da qualunque schema pre-confezionato. Protagonisti di “Un anno a Pietralata” sono una banda di ragazzi di una borgata romana, che a detta di Rodari “rappresentano il perfetto contrario dei figurini disegnati da Edmondo De Amicis nel suo idillio pedagogico-letterario-patriottico”, e il loro maestro; quest’ultimo, trovatosi ad insegnare in un contesto ad alto disagio sociale, economico e culturale, racconta, con onestà intellettuale e alta consapevolezza dei limiti della propria azione, il modo in cui è riuscito a coinvolgere e ad interessare gli alunni di una classe che oggi potremmo definire “difficile”. Il testo è sicuramente meno famoso della sua versione cinematografica “Diario di un maestro” del 1975.
Lo stile di insegnamento innovativo di Bernardini entra in contrasto con quello dei suoi colleghi e con quello del direttore della scuola: nonostante molti di questi si dichiarino cattolici assumono atteggiamenti di indifferenza nei confronti degli alunni a loro affidati. Fin dalle prime pagine emerge la netta opposizione tra un modo tradizionale di concepire la didattica, basato sulla scarsa considerazione degli interessi degli alunni, sulle sospensioni e sulle bocciature, e lo stile di insegnamento del docente sardo.
Nel corso della narrazione si susseguono vicende, anche spiacevoli, che rappresentano la quotidianità degli abitanti di Pietralata. Molti degli alunni della classe terza affidata al maestro sardo provengono da famiglie con grosse difficoltà economiche, assumono atteggiamenti aggressivi nei confronti dei compagni e dell’insegnante, vestono stracci, puzzano, rubano, giocano d’azzardo, sono stati bocciati più volte, si assentano frequentemente da scuola, lavorano, si esprimono in modo volgare e sono spettatori di atti non adeguati alla loro età. Tutte queste esperienze dell’extra-scuola entrano nella quotidianità della vita all’interno delle mura della scuola; il maestro ascolta con vivo interesse i vissuti dei bambini, infatti il suo obiettivo è quello di creare un clima collaborativo che consenta a tutti di vivere serenamente e proficuamente l’esperienza scolastica. Questo modo di fare, unito al tentativo di coinvolgere attivamente le famiglie e al tentativo di recuperare dalla strada, in modo originale, gli alunni che si assentano frequentemente attira l’attenzione dei colleghi che cominciano a guardarlo di traverso e a confabulare alle sue spalle; questi credono fermamente nel valore della bocciatura e delle sospensione come strumenti di “pulizia”, non comunicano con le famiglie al fine di concordare strategie educative funzionali e invitano più volte il maestro ad adattarsi al loro modo di fare. La loro
non è assoluta cecità nei confronti di bisogni degli alunni, ma è un modo “per non farsi male”, per non rischiare nulla di fronte alla durezza dell’ambiente scolastico in cui si trovano ad agire.
Il massimo rappresentante di questo modo antipedagogico di vedere e di fare scuola è il direttore: questi raramente esce dal suo ufficio o comunica con i docenti e le con le famiglie; nelle sue poche visite nella classe di Bernardini assume un atteggiamento autoritario: si siede alla cattedra, da bravo burocrate legge con attenzione il registro senza rivolgere nemmeno un’occhiata alla classe, pone domande insidiose agli alunni e li zittisce in malo modo quando questi parlano senza il suo permesso. Bernardini scrive di lui dicendo che la sua principale occupazione era quella di leggere le circolari che gli giungevano da ogni dove, e sottolineare per bene le parti che voleva far conoscere agli insegnanti per poi fargliele firmare; il direttore, nel testo, viene definito come un “burocrate incallito”: parla molto di rado con gli stessi docenti e nel momento in cui viene fatta una richiesta fa trascorrere parecchio tempo per poi inviare come risposta un lettera, scritta con tono noioso e pedante, in cui esprime il suo parere (nel caso di Bernardini si tratterà sempre di un diniego alle proposte fatte dal docente comprese quelle inerenti le uscite didattiche con gli alunni).
Il maestro innovatore affronta le problematiche della classe ponendosi come attento osservatore e attivo ascoltatore dei discorsi tra i bambini; egli ha così modo di pensare e poi sperimentare delle soluzioni alternative che non sempre determinano risultati positivi. Ciò che rende interessante la sua avventura pedagogica è proprio la schiettezza con cui egli racconta anche i fallimenti e le cadute (Rodari dice di lui che non vuole abbellire nulla: né gli altri né se stesso). È interessante seguirlo mentre riflette sulle possibili strategie da adottare per contrastare il gioco d’azzardo tra gli alunni nei momenti di pausa, i furti e per fornire loro una “lente” scientifica con cui osservare il mondo al fine di combattere le superstizioni e le idee e le visioni distorte della sessualità. La sua esigenza è quella di rendere gli allievi protagonisti del processo di apprendimento e di promuovere il senso critico all’interno di un clima di collaborazione.
L’esperienza nella borgata romana termina, per Bernardini, con un trasferimento ottenuto dieci giorni dopo l’inizio del suo secondo anno di esperienza in quella scuola; si tratta di pagine dolorose in quanto l’autore teme che il rapporto di reciproco rispetto che aveva, duramente, costruito, al punto che la sua sola presenza ed il suo comportamento riuscivano ad amalgamare la classe e a farla lavorare, forse sarebbe stato completamente gettato al vento.
Quando, due anni dopo, Bernardini ritorna, non per sua volontà, ad insegnare a Pietralata purtroppo, quel brutto presentimento diventa realtà; nonostante egli avesse promosso tutti i suoi alunni e li avesse abituati alla condivisione e al rispetto, alcuni bambini sono nuovamente bocciati dal maestro che l’aveva sostituito insegnando con un metodo opposto al suo, vale a dire del tutto trasmissivo. Il nuovo maestro, di origine calabrese, viene apostrofato come “nemico della scuola”. Il maestro
“ministeriale”, così lo chiama Bernardini, viene accolto dalla scolaresca in malo modo; i bambini, fin da subito, capiscono che non possono fidarsi di lui, ma allo stesso tempo si sentono traditi dal loro precedente maestro che aveva ottenuto il trasferimento in un’altra scuola.